In punta di piedi...
Primo Maggio
In questa giornata il mio pensiero va…
A chi un lavoro ancora non ce l’ha
A chi l’ha appena trovato
A chi ha paura di perderlo
A chi fa il lavoro dei suoi sogni
A chi vive da precario
A chi vede calpestati i propri diritti
A chi lavora con onestà e dignità
Agli esodati
A chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese
A chi getta la spugna per disperazione e lascia questo mondo
Alle vittime degli incidenti sul lavoro e alle loro famiglie
A chi è stato colpito dalle cosiddette malattie professionali
A chi fa del suo lavoro una missione
Ai nostri nonni e ai nostri genitori che hanno lottato per i diritti e la dignità dei lavoratori
Buon Primo Maggio a tutti
01.05.2012
WWW mi piaci tu!
Internet ci dà la sensazione di tuffarci in un mondo parallelo, che ci consente di staccarci dalla nostra quotidianità. Per alcuni è una necessità imprescindibile.
Penso a tutti quelli che a causa di una condizione fisica, non proprio favorevole, sono “costretti” a trascorrere molte ore in casa, se non la totalità della loro vita e allora il web rappresenta
una finestra indispensabile dalla quale, oltre ad attingere le informazioni più svariate, si può lanciare una voce, a volte un urlo, verso il resto del mondo: un S.O.S. che si disperderà
nell’etere o che qualcuno, forse, raccoglierà. Internet, perciò, per alcuni rappresenta un’occasione in più, uno svago, un modo per interagire anche con chi si trova a centinaia o migliaia di
chilometri di distanza, per altri, come suddetto, costituisce un’occasione irrinunciabile, a volte, per sentirsi ancora parte di un qualcosa.
E così negli ultimi anni, la diffusione del pc e dell’adsl nelle famiglie ha favorito il successo dei social networks… Piazze virtuali dove condividere con chiunque
pensieri, foto, preferenze e aspetti della nostra vita che fino a poco tempo fa, tenevamo per noi e per la nostra limitata cerchia di amici e familiari. Stiamo, insomma, assistendo, ad un diverso
modo di approcciarci all’altro.
Non sto dicendo che sia né un fatto totalmente positivo, né totalmente negativo, piuttosto come in tutto, manca, a volte, la misura delle cose.
Siamo schiavi di un’urgenza di condividere con il mondo ogni piccolo pensiero; il primo che ci frulla in testa, anche se sostanzialmente si tratta di una
“cazzata”, finisce nella rete. Siamo, per così dire, presi dalla frenesia di lanciare l’idiozia della giornata appena svegli…
Ci illudiamo di essere diventati importanti per qualcuno, solo perché ci mette il suo “mi piace” di qua e di là, o ci “segue” su twitter; importanti per chi magari
non ci ha mai incontrato, e/o non ci hai neppure sentito per telefono. Ovvio, ci sono anche le eccezioni, ci sono incontri nati sul libro delle facce, che poi hanno fatto il salto di qualità e si
sono trasformate in conoscenze reali e poi amicizie davvero importanti e di queste ne sono testimone.
La rete ci offre grandi possibilità, ma anche tante insidie… Sarà banale, ma è meglio sempre ribadirlo, soprattutto per i giovanissimi; internet deve rappresentare
quel qualcosa in più, e non il centro della propria vita.
Viviamo in un’epoca dove troppo spesso regna più la superficialità della sostanza, l’epoca dell’usa e getta, della frenesia, dove non può proprio esistere il concetto di “noia”, non esistono tempi morti, dove se non sei veloce ed efficiente sei perduto, se non ti conformi non sei nessuno. Stiamo perdendo mano a mano la nostra individualità, senza rendercene nemmeno conto, siamo sempre meno noi i padroni delle nostre scelte a dispetto di quello che ci vogliono far credere e sempre più manipolati dagli slogan pubblicitari. Chi non è ben “equipaggiato” rischia di sentirsi inadeguato e non accettato e così diventa molto più facile accendere un pc, chattare e inventarci un alter ego... Ma chattare non è sinonimo di comunicare, laddove per comunicazione dobbiamo intendere quella complessità di codici verbali e non verbali che nel loro insieme, sono capaci di trasmettere messaggi palesi e/o inconsci al nostro interlocutore. Chattare, cioè scriversi a distanza, attraverso un pc, va da sé è una forma di comunicazione molto riduttiva e pertanto foriera di trasferire ad altri messaggi distorti rispetto a ciò che effettivamente pensiamo e/o vogliamo far arrivare all’altro. Chi trascura, pertanto, questi aspetti, rischia inevitabilmente di riporre sull’altro aspettative che potrebbero non corrispondere alla realtà. Poche informazioni, alta probabilità di far valutazioni non proprio corrette.
Ogni cosa che ci circonda, potenzialmente, è un’arma a doppio taglio, sta a noi, alla nostra sensibilità ed intelligenza servirci degli strumenti che abbiamo a
disposizione evitando di diventarne schiavi.
26.03.2012
Capodanno in libreria. Incontro con Baccini
In occasione della sua presenza in città per un concerto inserito nell’ambito degli eventi previsti dal Cap d’Any di Alghero, la Libreria Il Labirinto Mondadori ha organizzato un incontro con il cantautore genovese Francesco Baccini. A dialogare con l’ospite, Paolo Zicconi, algherese e cultore di Tenco.
Dal gennaio dello scorso anno, Baccini è in tour per l’Italia con lo spettacolo Baccini canta Tenco “… porto a spasso Luigi nei teatri…”. Da questa esperienza è nato il cd uscito nel novembre scorso dal titolo omonimo.
Il cantautore ci accompagna in un viaggio dentro la musica e la poetica di un Tenco dimenticato perché “schiacciato” dalla sua tragica fine. Quando si pensa a Tenco,
la mente va a quel Sanremo e alle tante domande rimaste senza risposta.
La produzione tenchiana abbraccia grosso modo un periodo di sei anni, nei quali il poeta riesce a mettere i semi da cui attingeranno coloro che verranno dopo.
Tenco fu il primo a scrivere testi con tematiche sociali, De Andrè arrivò dopo. Iniziò ad esplorare quel teatro canzone che, poi, fu il punto forte gaberiano. Con Tenco viene reinventata e destrutturata la canzone, non esistono più i ritornelli: Baccini, commenta amaramente che l’unica canzone con il ritornello – “Ciao amore ciao” -, non gli portò bene.
Considerare Tenco un autore, un uomo volto alla tristezza, alla depressione è quanto di più sbagliato si possa fare… Tenco era uno, che più che altro, era arrabbiato, viveva il disagio, osservava il mondo, il suo evolversi e “denunciava” ciò che non andava.
Tenco fu, insomma, un anticipatore, un precursore dei tempi, era molto avanti… Un autore ancora attualissimo e il suo valore è ancor maggiore se pensiamo che non visse neppure il ’68… Ma i contenuti c’erano già tutti.
La sua grandezza risiede, anche, nell’uso di un linguaggio diretto che lo faceva arrivare a chiunque lo ascoltasse. Per questo, forse, ritenuto scomodo e pericoloso. Ricordiamo, a tal proposito, che la sua canzone “Cara Maestra” gli valse l’allontanamento dagli schermi televisivi per due anni.
Baccini, nel suo disco in omaggio al collega, ha compiuto un lavoro di recupero incidendo il testo originario di “Ciao amore ciao” che nacque come canzone contro la guerra e che venne rimaneggiato a pochi giorni dalla esibizione sanremese perché i discografici glielo imposero.
Il cd non si propone di essere una semplice raccolta di cover. Baccini ripropone, in chiave moderna e con arrangiamenti acustici, testi che paiono così attuali da poter essere scritti oggi.
Quanto sopra è un breve sunto di ciò che è emerso nell’ora circa della “chiacchierata” tra Francesco Baccini e Paolo Zicconi; un incontro che si è aperto con la lettura della lettera che Patrizia Tenco ha inviato alla libreria come ringraziamento per l’iniziativa e che ci ha consegnato un Tenco, ai più sconosciuto, e un Baccini, forse un po’ meno “scanzonato” da come ci ha abituato e un tantino più “intellettuale”.
03.01. 2012
Quando la lingua "pizzica"...
Una fresca serata settembrina, il piacere di andare a seguire la presentazione di un libro, un libro di un autore che non conosco, il cui nome non mi dice nulla, ma condotta da un altro scrittore, uno scrittore sardo con alle spalle già un bel numero di opere pubblicate e che, tra l’altro, ho letto quasi tutte.
Flavio Soriga presentava, infatti, ieri l’altro, nel cortile della Facoltà di Architettura di Alghero “Lu campo di girasoli” di Andrej Longo scrittore ischitano già autore di libri di un certo successo quali “Dieci”, “Chi ha ucciso Sarah?”
Che dire?! Per una che adora i girasoli, la lettura e Flavio Soriga, l’occasione era di quelle da non perdere.
Un pubblico attento ed emotivamente partecipe si è lasciato condurre dall’affabilità di Andrej Longo che, con la sua appassionata narrazione, ha catturato l’ascoltatore catapultandolo con la complicità del suono della pizzica, in un luogo inesistente dove, però, accadono cose tragicamente realistiche e si snodano vicende e personaggi che sono vicino a noi. E’ un libro che parla di violenza, di fatalismo, di sopraffazione del forte sul più debole, del maschio sulla femmina, di arroganza, ma che è tinto anche dei colori dolci dell’amore.
Un momento della serata. Da sinistra A. Longo e F. Soriga
La particolarità di questo romanzo sta nel fatto che è scritto in una lingua che non esiste… Una lingua che è un miscuglio di lingue, più precisamente di idiomi del sud che vanno dal campano, al pugliese, al siciliano. Una lingua nata dalla fantasia dell’autore o meglio da un suo sogno. Longo ha raccontato che una notte ha sognato alcune persone in un luogo indefinito che parlavano questa strana lingua. Svegliatosi (per fortuna), ha appuntato due o tre pagine in modo da lasciarne traccia prima che la notte ne spazzasse via il ricordo.
Il libro racconta una storia, una storia senza tempo, che, per certi versi, ha sapore di antico ma che potrebbe benissimo collocarsi ai giorni nostri. Volutamente, perciò, l’autore ha evitato di inserire qualsiasi riferimento temporale e spaziale, limitandosi, con l’artifizio linguistico, a far capire che i personaggi si muovevano in un paesaggio meridionale.
Longo, incalzato dalle domande di Soriga, ha narrato aneddoti legati alla stesura del libro, dalla sua nascita al suo perfezionamento, senza mancare in riferimenti inerenti il suo percorso di studi, di vita, fino al momento della pubblicazione del suo primo lavoro per Adelphi. Il tutto intervallato dalla lettura, proposta dallo stesso autore, di alcuni brani che hanno contribuito in maniera efficace a far percepire al pubblico l’essenza del romanzo.
In conclusione della serata, Andrej Longo ha letto un brano tratto da “I diavoli di Nuraiò” di Flavio Soriga, pubblicato nel 2000, per omaggiare l’amico che lo ha intervistato.
07.09.2011
Buon Compleanno, Italia!
Ciao cari lettori, ho un po’ trascurato questo mio spazio. Impegni personali e altro mi hanno allontanata per qualche tempo dalla mia giovane “creatura”. Nel frattempo, vi sarete accorti, il clima sta cambiando… Sì sì, l’estate ormai è arrivata, le scuole sono finite, ancora pochi studenti ed insegnanti impegnati sui banchi per esami e scrutini e poi c’è il mare e il meritato riposo che li aspetta. Ma non è solo meteorologico il clima che sta cambiando nella nostra bella Italia. A conferma di ciò i risultati delle elezioni amministrative di un mese fa, e il più recente risultato referendario, ben oltre le aspettative. Ricordo, a tal proposito, che dobbiamo tornare indietro di sedici anni per rintracciare l’ultimo referendum che ha raggiunto il quorum. Questi referendum sono stati lungamente osteggiati, fino al martedì precedente il voto, - cioè fino alla sentenza della Corte Costituzionale che si è pronunciata sulla validità del quesito sul nucleare -, vi erano incertezze. Abbiamo assistito ad un oscuramento nell’informazione e a una lotta fino all’ultimo per scongiurare il raggiungimento del quorum. Gli Italiani, però, hanno colto l’importanza del voto e in massa da nord a sud hanno ignorato l’invito, di qualcuno, ad andare al mare, e hanno compiuto il loro dovere, difendendo i valori in cui credono ed il futuro dei loro figli.
Guardo a questi esiti con cauta speranza, e con un pizzico di ottimismo. Credo rappresentino non solo la risposta ad una classe politica dirigente che ormai ha perso la sua credibilità ma soprattutto una vera presa di posizione dei cittadini. Nella ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, gli Italiani stanno dimostrando vero amore per la loro patria. Hanno detto quattro chiari sì:
- SÌ per abrogare la norma che introduceva l’energia nucleare
- SÌ per abrogare la legge che prevedeva la privatizzazione di un bene primario quale l’acqua
- SÌ per abrogare la norma che permetteva di ricavare profitto dalla gestione dell’acqua
- SÌ per abrogare una delle leggi ad personam, quella riguardante il legittimo impedimento.
Uomini e donne di buona volontà, tra cui tantissimi giovani, si sono mobilitati dimostrando che volere è potere, che si può cambiare, che il cambiamento, che il rinnovamento, parte da ciascuno di noi. Gandhi disse: “Sii tu stesso il cambiamento che vorresti vedere nel mondo”. Noi tutti, nel nostro piccolo, all’interno della nostra famiglia e nella nostra piccola rete relazionale, possiamo dare un segnale forte. Non c’è bisogno, necessariamente, di fare politica attiva affinché il nostro paese possa tornare a risplendere, ma è fondamentale fare in modo che ognuno di noi, all’interno della società, con il proprio lavoro, con il proprio stile di vita, con l’assolvimento dei doveri civici e facendo dell’onestà, del rispetto del prossimo, la propria condotta di vita, si faccia portatore di un esempio riproducibile che sia capace così di propagarsi per “contagio”…
Inoltre, bisognerebbe riscoprire quei valori che sono stati principi ispiratori della nostra Carta Costituzionale (la più bella del mondo), che ci hanno permesso di ricostruire un’Italia distrutta dalla guerra e dal ventennio fascista e che hanno fatto della nostra nazione un “marchio” riconosciuto e apprezzato nel mondo.
Auguri mia cara Italia.
21.06.2011
Oggi un Dio non ho
Si è tornato a parlare, in questi giorni, del Crocifisso nei luoghi pubblici. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è pronunciata accogliendo il ricorso del governo sull’esposizione del Crocifisso nelle scuole pubbliche, ribaltando, di fatto, la sentenza che, nel novembre del 2009, dando ragione alla cittadina italiana di origini finlandesi, Sole Lautsi, condannò l’Italia per violazione della libertà religiosa.
Questa sentenza mi porta a fare alcune considerazioni e riflessioni personali.
Se fossi di una cultura diversa, probabilmente, il Crocifisso non mi rappresenterebbe niente, tutt'al più lo riconoscerei come simbolo religioso di una fede che non mi appartiene, e lo vedrei quasi come un ornamento mai come una minaccia alla mia libertà e tantomeno come fonte di disagio. D’altro canto, però, sarei moralmente “autorizzata” a chiedere che venga esposto, anche il mio simbolo religioso, nell'aula in cui ascolto la lezione o vengo processata.
Posso, onestamente, affermare che da cristiana, la presenza o meno del Crocifisso, non aggiunge e non toglie nulla alla mia fede. Non ho bisogno di guardare una croce o l’immagine della Madonna per avvertirne la presenza.
Detto ciò, sono del parere che sarebbe auspicabile non ricorrere alla giustizia per questioni che dovrebbero trovare la loro ragione d’essere nel buon vivere civile.
Tutti questi dibattiti sorgono, verosimilmente, a causa di un basso livello culturale, non parlo di istruzione, quanto della incapacità dell’uomo, di andare “oltre” se stesso. Si ravvisa, in più, l’impeto di affermare le proprie convinzioni a discapito delle altrui.
Chi è che ha deciso che io, per esempio, nascessi in Italia, invece che in India o in qualsiasi altro posto? Sarebbe stata sbagliata, allora, la diversa formazione spirituale che avessi, in tal caso, ricevuto e accolto? Credo, assolutamente, di poter rispondere di no. Tutte le religioni hanno pari dignità, non esiste una fede più giusta di un’altra. Ho sempre pensato che, al di là delle differenti dottrine, ci sia un solo Dio, il quale, per poter confrontarsi con culture molto diverse tra loro, ha dovuto usare linguaggi appropriati. Difatti i messaggi e le risposte che ci vengono dalle religioni, sono a grandi linee, molto simili: si parla di Amore, di compassione, e di speranza e tutte più o meno prospettano una vita oltre la morte.
E’ l’uomo che, poi, si serve della religione in modo improprio, qualche volta la usa a giustificazione delle più grandi nefandezze che si possano compiere, altre volte per aprire dibattiti “sterili” che puntualmente vengono strumentalizzati dall’una o dall’altra fazione così come nel caso sottoposto al giudizio della Corte Europea.
04.04.2011
L'ora del thè
Accendendo la tv, spesso ci troviamo di fronte a contenitori televisivi, pseudo talk show che trattano il caso del giorno che poi diviene caso del mese fino a quando la cronaca non ci consegna, nostro malgrado, una vicenda altrettanto “orribile” sulla quale disquisire durante l’ora del thè!
Mi riferisco, in particolar modo, a quello che si è visto in tv, soprattutto negli ultimi mesi. Abbiamo trascorso l’estate e l’autunno seguendo il caso di Avetrana, poi il caso di Yara, delle gemelline…
Opinionisti più o meno validi, soubrette, veline, psichiatri, avvocati, giornalisti si alternano nei salotti televisivi per argomentare, per darsi risposte ... intervallati dagli interventi dei giornalisti direttamente “dal fronte” per gli ultimissimi sviluppi.
Alla base di ciò sembra esserci un circolo vizioso nel quale si muovono gli “attori” di questo teatrino. Tutto scorre, tutto passa davanti ai nostri occhi, ormai pare che non sortisca in noi alcun effetto, non ci indigniamo quasi più, fa tutto parte della normalità quotidiana, chi uccide chi, chi violenta chi, per chi per cosa, e tutti lì davanti alla tv a seguire la “soap opera” mediatica e a “giocare” a Sherlock Holmes.
Abbiamo perso il senso delle cose, della realtà, tutto viene spettacolarizzato: è questa la legge dell’audience. Si punta a raccogliere ascolti facili, si stimolano gli istinti meno “virtuosi” dei telespettatori…. Tutto in nome dell’audience… Ma il concetto di quantità mal si concilia con quello di qualità. Non ci stupisce, poi, così tanto, se delle mamme, a Napoli, scelgono di travestire i loro figli a Carnevale da Michele Misseri.
In tutto questo circo mediatico si è distinta la comunità di Brembate e la famiglia di Yara che difendendo la loro intimità e il loro dolore hanno dato una grande lezione di dignità.
Un tempo c’era una sorta di autoregolamentazione, non si oltrepassavano certi confini, ora non solo si oltrepassano ma il confine si è, anche, spostato sempre più in avanti.
Sta a noi intervenire, abbiamo una grande arma, spegnere la tv. Forse non riusciremo a cambiarla, ma per lo meno eviteremo di “impoverirci”, riappropriandoci di noi, attraverso la riscoperta del piacere di leggere o dedicandoci alla visione di un’opera cinematografica.
08.03.2011
La mia fede
Ho sempre avuto fede, e non è mai venuta meno, nemmeno in conseguenza della malattia che ha colpito mia madre.
Ne ho sentito, in giro, di opinioni e commenti, da persone, conoscenti e familiari…
“Se c’è un Dio, perché ha voluto questo?”
Come se tutto ciò che ci riguarda, che ci fa soffrire dipenda da lui. Ma mai o raramente, siamo disposti a dargli merito dei nostri successi, delle nostre gioie, di tutto il bene che godiamo.
Un tempo le malattie venivano considerate delle punizioni divine. Io credo, semplicemente, che siano da attribuirsi all’essenza fragile dell’uomo. Si nasce, si vive, più o meno bene, si può arrivare ad una certa età senza grossi problemi di salute oppure ammalarsi anche da giovani.
Credo che ognuno di noi abbia un percorso da compiere, un compito da svolgere su questa terra… Dio ci manda dei segnali, dei messaggi, anche attraverso le persone che incontriamo sulla nostra strada, sta a noi coglierli e farne tesoro.
19.o2.2011
bonariamente me
oltre













